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“Primetime”: il prezzo dello spettacolo secondo Lance Oppenheim

Redazione 11 Ottobre 2026 5 minuti letti
Primetime: il prezzo dello spettacolo secondo Lance Oppenheim

Con Primetime, Lance Oppenheim trasforma la controversa storia di To Catch a Predator in un dramma sul confine tra giornalismo, intrattenimento e ambizione. Al centro, Chris Hansen e una domanda scomoda: chi controlla davvero lo spettacolo?

Una telecamera accesa può promettere verità e, nello stesso istante, trasformare una vicenda reale in intrattenimento. È in questa frizione che prende forma Primetime, il debutto nella finzione del documentarista Lance Oppenheim. Il film torna sulle operazioni che resero celebre To Catch a Predator, la rubrica di Dateline dedicata agli uomini che cercavano di adescare minorenni online, e usa quella storia per interrogare il potere delle immagini e la fame di visibilità della televisione.

La trama di Primetime, senza spoiler

All’inizio degli anni Duemila, il programma del network NBC mise in scena elaborate operazioni per smascherare presunti predatori sessuali. Adescati da collaboratori adulti che interpretavano minorenni, gli uomini arrivavano in un luogo concordato convinti di incontrare le loro giovani interlocutrici. Ad attenderli trovavano invece Chris Hansen, presentatore e volto dell’inchiesta, pronto a interrogarli davanti alle telecamere prima dell’intervento della polizia.

Primetime porta questo meccanismo nel territorio della fiction e concentra l’attenzione su Hansen: non soltanto sul conduttore famoso, ma sull’uomo che vede nella trasmissione una possibilità di affermazione personale. La domanda che rivolge ai suoi interlocutori, «Che cosa sarebbe successo se non fossi venuto io?», riassume il dilemma del film. Da una parte c’è la pretesa di prevenire un danno; dall’altra, l’ambizione di essere il protagonista di un evento televisivo ad altissimo impatto.

La regia e lo stile: una docufantasia inquieta

Oppenheim non sceglie la forma neutra di una ricostruzione documentaria. Cerca invece una versione cinematografica iperstilizzata, in cui l’atmosfera rispecchi la natura ambigua della vicenda. Il direttore della fotografia Devin Bole, secondo la descrizione del film, accentua i colori e insieme li sfoca: un contrasto visivo che immerge il protagonista in una specie di nebbia percettiva. Non è solo un effetto estetico, ma un modo per suggerire quanto sia difficile separare il desiderio di fare qualcosa di giusto dall’attrazione per la fama.

Il regista definisce questo approccio docufantasia: un incontro tra materiali e questioni riconducibili alla realtà e una messinscena dichiaratamente cinematografica. La scelta è coerente con il tema, ma porta con sé un rischio. Se una storia parla di responsabilità giornalistica, quanto spazio può concedersi lo spettacolo senza contraddire ciò che afferma? Il film sembra consapevole di questa tensione, anche se la spinge talvolta verso un’intensità che può apparire eccessiva e prevedibile.

Il protagonista è interpretato da Pattinson, che non si limita a imitare Hansen. La sua prova lavora su inflessioni, postura e gesti; dietro le parole e le espressioni sarcastiche emerge un’interpretazione più stratificata. Sguardi laterali e piccoli movimenti incrinano l’immagine pubblica del conduttore, senza trasformarlo in una caricatura. La recitazione lascia intravedere, più che spiegare, l’uomo dietro la maschera televisiva.

Attorno a lui spiccano Mary Guiver nel ruolo di una produttrice ambiziosa e Skyler Gisondo, interprete di un attore le cui aspirazioni lo portano a impersonare vittime tredicenni. La presenza del musicista Phoebe Bridgers e quella di Jeff Zucker, amministratore delegato della NBC nella realtà, arricchiscono un cast che intreccia finzione e riferimenti al mondo televisivo. Sono elementi che aiutano a dare corpo al sistema di ambizioni e ruoli costruito intorno alla trasmissione.

Il vero tema: quando l’inchiesta diventa reality

Il successo di To Catch a Predator ebbe conseguenze concrete per il programma: la direzione aumentò il budget e le risorse della squadra di Hansen, separò la rubrica dall’ombrello di Dateline e le assegnò uno spazio di grande rilievo nel palinsesto. La formula divenne un fenomeno televisivo, ma la trasmissione fu cancellata nel 2008, dopo appena venti episodi, in seguito a uno scandalo che alimentò le critiche al suo metodo.

È qui che il film allarga il discorso. Non si limita a chiedersi se il fine giustifichi i mezzi: osserva come la televisione di inizio secolo abbia trasformato il confine tra informazione e reality. Hansen sogna il successo in prima serata; la stessa macchina che lo porta in alto, però, può travolgerlo. Il parallelismo con gli uomini smascherati non cancella la diversa gravità delle loro condotte, ma rende più pungente la domanda sull’ambizione e sulla responsabilità di chi produce lo spettacolo.

Un racconto avvincente, non sempre misurato

Il punto di forza di Primetime è la capacità di creare fin dall’inizio un senso di minaccia: anche senza conoscere la tragedia che incombe, si avverte che qualcosa di oscuro sta per accadere. Il ritmo e l’impostazione visiva sostengono questa inquietudine, mentre la prova di Pattinson dà profondità a un personaggio che avrebbe potuto restare una semplice imitazione del presentatore reale.

La criticità è la stessa ambizione che alimenta il film. Oppenheim vuole mostrare la discesa di Hansen nella celebrità e insieme mettere sotto accusa l’industria che la rende possibile; nel farlo, alza spesso il volume e insiste su una traiettoria che finisce per sembrare prevedibile. Ma il disagio non scompare: dietro la promessa di giustizia rimane il dubbio sul piacere di guardare, e sul ruolo del pubblico in una televisione che converte la denuncia in evento.

Primetime è un esordio nella finzione audace e irregolare, più interessato alle contraddizioni del racconto mediatico che alla cronaca lineare. La sua domanda centrale resta aperta e, proprio per questo, continua a risuonare dopo il finale: quando l’informazione diventa spettacolo, chi finisce davvero sotto i riflettori?

 

 

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