
Meta description: Con Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi, L’Estranea trasforma un patto inquietante in un dramma familiare dalle tinte horror. Paolo Strippoli esplora colpa, percezione e fragilità umana.
Una scelta disperata può salvare una persona e, nello stesso istante, aprire una ferita destinata a propagarsi in tutta una famiglia. È da questa tensione che prende forma L’Estranea, il film con cui Paolo Strippoli prosegue il suo percorso nel cinema di genere, mescolando il melodramma a un horror psicologico radicato nelle inquietudini quotidiane. Al centro c’è Anna, interpretata da Jasmine Trinca: una madre che accetta l’aiuto di una misteriosa sconosciuta per evitare che la figlia subisca l’amputazione di una gamba ferita dai morsi di un cane. Quel patto diventa l’origine di una spirale di dolore e conseguenze che il film racconta attraverso prospettive non sempre affidabili.
La trama di L’Estranea, senza spoiler
La vicenda parte da una tragedia familiare e da una decisione presa nel momento in cui sembra non esserci una via d’uscita. Anna sceglie di fidarsi di una donna sconosciuta, convinta che il patto possa salvare sua figlia Alice. Da quel gesto, tuttavia, non nasce una parentesi rassicurante: la storia si inoltra in una catena di eventi dolorosi che investe i Colonna e modifica i rapporti fra i suoi membri.

Il racconto procede anche attraverso il ricordo di Anna, che ripercorre i fatti davanti ad Alice. La storia che lo spettatore vede, quindi, non coincide semplicemente con una realtà osservata in diretta: è filtrata dalla memoria di chi la narra e dalla posizione di chi la ascolta. Senza svelare gli snodi decisivi, è proprio questa distanza tra gli avvenimenti e il modo in cui vengono riferiti a rendere il film più di un racconto di sventura. La domanda non riguarda soltanto cosa sia accaduto, ma anche quanto possiamo fidarci della versione che ne riceviamo.
Un horror costruito sulle inquietudini quotidiane
Dal patto misterioso alla tensione psicologica
Strippoli non affida la paura principalmente a una minaccia soprannaturale. Il mistero che attraversa L’Estranea rimanda piuttosto ai fantasmi della psiche e alle pulsioni concrete che abitano le relazioni: invidia, ambizione, desiderio di successo e xenofobia. Il male non arriva da un altrove irraggiungibile, ma si insinua in un ambiente riconoscibile, fatto di rapporti familiari e scelte umane. È una prospettiva che distingue il film da un horror centrato sulla possessione o sull’intervento di forze metafisiche.
Il risultato è un’opera di confine, in cui il dramma borghese e il melodramma convivono con il linguaggio dell’horror psicologico. L’espressione elevated horror indica, in questo caso, un cinema che usa i codici del genere per affrontare temi e conflitti interiori, senza limitarsi alla ricerca dello spavento. La paura nasce dalla possibilità che una scelta, un pregiudizio o una versione interessata dei fatti finiscano per deformare la vita di tutti.
Il corpo come segno della realtà
Un’altra scelta significativa riguarda la rappresentazione del corpo. La nudità viene trattata con pudore, ma ciò non impedisce al regista di mostrarne trasformazioni perturbanti. Il riferimento fornito dal film per una di queste trasformazioni è terreno e quotidiano: l’obesità del fratello di Alice viene collegata a un consumo alimentare eccessivo. In questo modo la deformazione fisica non è presentata come effetto di una possessione diabolica, ma come parte di una logica concreta e umana. La materia dell’orrore resta così vicina alla vita ordinaria.

Montaggio, suono e colori: una storia filtrata
La forma del film è inseparabile dal suo tema centrale: la percezione. Strippoli organizza il racconto come una struttura a vasi comunicanti, in cui la narrazione di Anna e l’ascolto di Alice si influenzano a vicenda. Non assistiamo soltanto agli eventi, ma a una loro ricostruzione retrospettiva, condizionata dai punti di vista dei personaggi. Il montaggio, cioè il modo in cui le immagini vengono selezionate e accostate, diventa perciò parte attiva della sceneggiatura: distribuisce le informazioni e invita a interrogarsi su ciò che appare vero.
Anche il suono contribuisce a costruire l’instabilità. La pista sonora è pensata per restituire l’alterazione mentale dei personaggi e alimentare il conflitto fra ragione e follia. Non è un semplice accompagnamento musicale: aiuta a determinare il modo in cui lo spettatore vive le scene e ne interpreta le tensioni.
La differenza cromatica rafforza questa frattura. Il presente è associato a grigi e neri, mentre il racconto iniziale di Anna si distingue per i bianchi. La scelta non offre una spiegazione univoca, ma delinea un paesaggio emotivo diviso fra innocenza e senso di colpa. La fotografia, in questa lettura, dialoga con la struttura temporale e con il racconto soggettivo, contribuendo a far sentire la distanza fra ricordo e presente.
Le interpretazioni e il limite della costruzione
Jasmine Trinca sostiene il personaggio di Anna con una femminilità complessa, attraversata da contraddizioni e mai pacificata. La sua interpretazione è centrale perché la credibilità del racconto dipende anche dalla capacità della protagonista di far accettare allo spettatore la propria versione dei fatti. Valeria Bruni Tedeschi, dal canto suo, porta nel film una presenza luciferina, adatta a incarnare gli spettri e le ambiguità che circondano la vicenda. Il cast di livello contribuisce a mantenere vivo il conflitto fra intimità familiare e tensione di genere.

Il film risulta particolarmente efficace nelle immagini suggestive, nella costruzione dell’atmosfera e nei dettagli. Meno compatto è l’insieme: la cerebralità della confezione può talvolta sottrarre intensità al melodramma, e non ogni passaggio della storia trova la stessa forza nel far quadrare gli elementi messi in scena. È una criticità che emerge proprio dal tentativo di tenere insieme forme diverse: horror, dramma familiare e racconto psicologico.
Il percorso di Paolo Strippoli e la presentazione a Venezia
Dopo La valle dei sorrisi, Strippoli torna a esplorare il cinema di genere spingendo più avanti la contaminazione fra registri. Anche il titolo internazionale scelto per il film, The Spiral, richiama l’idea di una spirale, coerente con la progressione di dolore e conseguenze che investe i personaggi dopo il patto iniziale. L’Estranea è stato presentato in concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia.
Non si tratta soltanto di un nuovo esercizio di tensione: il film riflette sul potere stesso della narrazione. Anna racconta e, nel raccontare, orienta lo sguardo; Alice ascolta e riceve una storia già sottoposta al filtro della memoria. In questo dispositivo si riconosce una consapevolezza del linguaggio cinematografico, capace di affabulare ma anche di manipolare la percezione.
Il giudizio finale
L’Estranea convince soprattutto quando fa dialogare immagini, suono e punti di vista, trasformando il dolore familiare in un horror psicologico dalla matrice concreta. La sua struttura articolata non è sempre accompagnata da un’intensità melodrammatica altrettanto costante, ma le interpretazioni di Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi e l’attenzione alla forma rendono il film un’opera densa, ambigua e meritevole di attenzione.



