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A Knight of the Seven Kingdoms arriva in un momento in cui ogni ritorno a Westeros viene guardato con sospetto, soprattutto dopo il discusso finale di Game of Thrones. Per molti spettatori c’è un vero e proprio PTSD da Trono di Spade: ogni nuovo titolo legato all’universo di George R.R. Martin viene valutato con attenzione. Uscita su HBO Max Italia dal 19 gennaio, la serie sceglie di giocare con questa diffidenza anziché ignorarla, proponendo un approccio diverso e sorprendentemente adatto ai tempi.
Ira Parker, lo showrunner, insieme a Martin, ha scelto di non replicare l’epica classica: niente trame che puntano solo a grandi battaglie o destini dinastici. Invece, A Knight of the Seven Kingdoms opta per una narrazione picaresca, quasi cazzeggiona, che non rinuncia al sangue ma cambia la prospettiva. Questo spiazza chi si aspetta il solito spettacolo: la mitologia dei Sette Regni viene smontata e rimessa in una sacca, pronta a un viaggio più umano e meno monumentale.
Il cuore della serie sono i due protagonisti: Dunk, interpretato da Peter Claffey, e Egg, interpretato da Dexter Sol Ansell. Claffey dà a Dunk una fisicità imponente e una goffaggine quasi tenera: non è elegante ma è concreto, pensa con il corpo. Ansell invece comunica molto con lo sguardo e i silenzi, incarnando un giovane che sa più di quanto dice. Il contrasto tra i due crea una dinamica di coppia intensa e credibile, lontana dall’eroismo mitico.
Il rapporto tra Dunk ed Egg è la forza emotiva della serie: una combinazione di amicizia, paternità rovesciata e complicità improvvisata. Non si corre verso un trono ma si attraversa la vita quotidiana dei Sette Regni. La sceneggiatura fa del viaggio il vero centro, con tappe fatte di tornei di provincia, accampamenti di fortuna, bevute e incontri che sembrano casuali ma che lasciano tracce. Questa scelta narrativa rende ogni episodio un piccolo racconto autonomo ma coerente.

La regia insiste sui tempi morti, sugli spostamenti e sui dettagli poco nobili: Westeros torna a essere grande perché richiede tempo per attraversarlo. Vengono mostrati i piccoli gesti, i pasti scadenti, le attese nelle taverne; è un racconto che si prende la sua misura e che dimostra come il mondo creato da Martin non sia fatto solo di palazzi e drammi, ma anche di vita vissuta ai margini della storia ufficiale.
La serie lavora sul corpo prima ancora che sul mito: ogni armatura sembra un compromesso, ogni combattimento è fatica e resistenza più che bellezza coreografica. Dunk è l’underdog che occupa lo spazio senza averne diritto, e la sua sorpresa nel restare in piedi diventa linguaggio. Questa fisicità terrena contrasta con l’immagine di eroe levigato, restituendo lo sforzo e la fragilità di chi sopravvive più che di chi domina.

Intorno a Dunk ed Egg ruota una galleria di personaggi secondari che non esistono solo per esporre informazioni: hanno una vita propria prima e dopo l’incontro con i protagonisti. Quando i Targaryen compaiono, non sono l’incarnazione del drago ma persone con un cognome pesante; i Baratheon appaiono come figure “larger than life”. In particolare Lyonel Baratheon, interpretato da Daniel Ings, ricorda certi personaggi dello swashbuckling classico, con una presenza che oscilla tra il serio e il caricaturale.
La serie ribadisce un concetto caro a George R.R. Martin e sostenuto da Ira Parker: il potere è contesto, non solo spettacolo. È qualcosa che c’è anche quando non lo vedi, che incide sulle vite senza essere necessariamente manifesto. L’espressione “oak and iron”—quercia e ferro—riesce a condensare questa idea di forza che resiste ma può anche piegarsi; il potere è una presenza che modifica il destino senza sempre spiegarselo.

L’umorismo è forse l’elemento più rischioso e riuscito: situazionale, fisico, spesso infantile, convive con la violenza rendendola più inquietante. Il tono a tratti ricorda la smorfia irriverente di certe commedie medievaleggianti, ma qui non si deride il genere; lo si riporta alla misura umana, alla taverna, alla canzone stonata. La macchina da presa non si nasconde davanti alle funzioni corporali o ai pasti scadenti: tutto contribuisce a un realismo basso e contagioso.
Alla fine non rimane il rimpianto per ciò che Game of Thrones è stato, ma la percezione di un universo narrativo che ha imparato a non implodere sotto il proprio peso. La sopravvivenza non passa dall’alzare continuamente l’asticella, bensì dal cambiare direzione: allargare il campo, concedersi l’imperfezione, accettare la fatica, lo sporco, persino una certa dose di goffaggine. A Knight of the Seven Kingdoms rinuncia alla corsa, abbassa il ritmo e sceglie il cammino. Racconta chi non governa il gioco, chi si muove senza mappe chiare e spesso senza capire davvero dove stia andando. Ed è in questa dimensione incerta che Westeros ritrova coerenza: non quando si carica di ambizioni monumentali, ma quando scivola nel fango, si rialza e continua.




