
Hamnet – Nel nome del figlio si impone come uno dei titoli centrali della stagione cinematografica, confermando il proprio peso critico con otto nomination agli Oscar 2026. Il film segna il ritorno di Chloé Zhao a un cinema più intimista e controllato dopo Nomadland, e affronta l’adattamento dell’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell con un approccio rigoroso, lontano da qualsiasi tentazione illustrativa. Al centro del progetto, le interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal costituiscono l’asse portante di un’opera che dialoga apertamente con il cinema d’autore europeo e con una tradizione narrativa fondata sull’elaborazione del lutto.
La narrazione si sviluppa attorno alla relazione tra William e Agnes: l’incontro, la costruzione di una famiglia, la quotidianità condivisa e, infine, la frattura insanabile causata dalla morte del figlio Hamnet. Zhao sceglie di non raccontare il dolore come evento isolato, ma come processo stratificato, inscrivendolo in un tempo dilatato e sensoriale. Il lutto diventa così il vero motore drammaturgico, mentre l’arte emerge progressivamente come spazio di trasformazione e sopravvivenza emotiva.
La scrittura cinematografica attribuisce grande rilievo alla dimensione naturale: la campagna inglese non è semplice sfondo, ma dispositivo espressivo che riflette e amplifica gli stati interiori dei personaggi. In questo contesto prende forma Agnes, figura liminale e profondamente corporea, avvolta da un’aura di mistero che la comunità interpreta come stregoneria. Cresciuta in simbiosi con il paesaggio, capace di ascoltare i ritmi invisibili della natura, Agnes rappresenta una forma di conoscenza alternativa, non razionale, che il film contrappone alla formazione classica e irrequieta di William.

William è ritratto come un uomo diviso tra ambizione intellettuale e necessità materiali: insegna greco e latino per saldare debiti e tenta di emanciparsi da un contesto familiare oppressivo. L’unione con Agnes, osteggiata e inizialmente marginale, dà origine a un nucleo domestico attraversato da rituali, gioco e un amore profondo per il teatro, elemento che Zhao utilizza come anticipazione simbolica del percorso creativo futuro.
Il film opera su un doppio livello narrativo: da un lato il racconto intimo della famiglia, dall’altro una riflessione indiretta sulla nascita dell’Amleto. La rivelazione dell’identità degli Shakespeare non funziona come colpo di scena, ma come sovrapposizione semantica. Hamnet e Hamlet — varianti dello stesso nome — diventano così figure speculari, e l’opera teatrale immaginata nel film si configura come atto di memoria, trasmutazione del trauma e risposta artistica alla perdita.
Sul piano attoriale, Jessie Buckley offre una delle prove più intense della sua carriera: la sua Agnes attraversa il dolore senza mai cedere all’enfasi, costruendo una performance fatta di silenzi, gesti minimi e resistenza fisica. Paul Mescal lavora invece per sottrazione, restituendo un William trattenuto, incapace di condividere fino in fondo il peso della perdita, ma essenziale nel definire l’equilibrio emotivo della coppia. La loro interazione produce una tensione costante, mai risolta, che costituisce uno degli elementi più riusciti del film.

La regia di Zhao privilegia un’estetica minimalista: primi piani insistiti, uso controllato della profondità di campo e un montaggio che rifiuta accelerazioni emotive. Il dolore non viene mediato, ma osservato, lasciando allo spettatore lo spazio per un coinvolgimento diretto e non guidato. Le sequenze dedicate al lutto trovano la loro forza nella durata e nella frontalità dello sguardo, soprattutto nei momenti in cui il volto di Agnes diventa superficie narrativa primaria.
L’impianto sonoro e la fotografia contribuiscono a costruire un’esperienza immersiva e quasi rituale. La colonna sonora lavora per accumulo emotivo, mentre la luce naturale richiama esplicitamente l’immaginario preraffaellita, con composizioni che evocano Millais e una pittoricità che non è mai decorativa, ma funzionale alla drammaturgia.
Hamnet – Nel nome del figlio è un film esigente, che rifiuta scorciatoie emotive e chiede allo spettatore un ascolto attivo. Nel suo equilibrio tra rigore formale e intensità emotiva, l’opera di Zhao si afferma come una riflessione matura sul lutto, sulla creazione artistica e sulla possibilità di trasformare il dolore in memoria condivisa. Un titolo destinato a lasciare traccia, più per la sua profondità che per il suo clamore.



