
Luca Guadagnino racconta l’ascesa dell’intelligenza artificiale attraverso la storia di Ilya Sutskever, Sam Altman e OpenAI. Una commedia cupa, sospesa tra satira e tragedia.
Un incontro universitario, una promessa tecnologica e una domanda che pesa come una profezia: chi tiene davvero il controllo quando le macchine diventano sempre più potenti? Artificial, il film di Luca Guadagnino scritto da Simon Rich, trasforma l’ascesa dell’intelligenza artificiale in un dramma umano e politico. Al centro non ci sono algoritmi astratti, ma persone, ambizioni e dissensi: una scelta che avvicina la Silicon Valley allo spettatore e rende la vicenda tanto inquietante quanto riconoscibile.
Trama di Artificial: l’ascesa dell’IA senza spoiler
La storia prende forma attraverso episodi che ricostruiscono le origini di una trasformazione tecnologica destinata a cambiare il mondo. Nel 2003, all’Università di Toronto, il giovane Ilya Sutskever incontra il professor Geoffrey Hinton, attratto dalle sue lezioni sulle reti neurali. Il rapporto tra i due porterà alla creazione di AlexNet insieme ad Alex Krizhevsky, e in seguito condurrà i protagonisti verso la Silicon Valley.
Un’altra svolta arriva quando Sutskever, dopo una conferenza a Montréal, entra nell’orbita di Sam Altman. La convinzione che l’intelligenza artificiale generale, o AGI, possa diventare una realtà alimenta la nascita di OpenAI, con il sostegno anche di Elon Musk. Da quel momento, il film segue l’espansione dell’azienda e le tensioni tra chi vuole accelerare e chi teme le conseguenze di una corsa senza freni.
La vicenda non è costruita come un manuale di informatica né come una cronaca impersonale. Guadagnino e Rich scelgono invece una forma corale, in cui ingegneri, dirigenti e figure della Silicon Valley entrano ed escono dalla scena. Il risultato è una storia di rivalità e alleanze, ma anche un dramma dietro le quinte che porta al centro il conflitto morale fra Sutskever e Altman. Il film affronta inoltre la crisi del consiglio di amministrazione di OpenAI: una battaglia interna che, nella narrazione, sembra diventare l’ultima occasione per contenere una tecnologia dalle conseguenze imprevedibili.
È una trama che alterna momenti di commedia e tensione, senza dimenticare la posta in gioco. Le schermaglie aziendali e il linguaggio entusiasta dell’industria tecnologica hanno un tono quasi farsesco; sotto la superficie, però, resta la paura di aver imboccato una strada difficile da invertire. La prospettiva evita di ridurre tutto a una semplice contrapposizione tra buoni e cattivi: mette piuttosto in scena persone che si contendono il potere e il diritto di decidere quale futuro costruire.

Regia, interpretazioni e significato: la commedia cupa di Guadagnino
Il film trova la propria cifra nell’equilibrio tra satira e tragedia. Guadagnino, secondo il racconto della prima proiezione, non carica costantemente la mano sullo stile: lascia soprattutto che siano la sceneggiatura e gli interpreti a sostenere il confronto. Fa eccezione una sequenza di festeggiamento al rallentatore che richiama The Wolf of Wall Street. È un riferimento visivo riconoscibile, ma la tensione più efficace nasce dai dialoghi e dagli scontri tra i personaggi, in particolare dal duello morale tra Sutskever e Altman.
Yura Borisov, già apprezzato in Anora e Scompartimento n. 6, interpreta Sutskever come una figura insieme impacciata e determinata. La sua apparente ingenuità sociale convive con una solidità etica che lo rende il punto d’equilibrio del racconto. Non è un eroe invulnerabile: è piuttosto qualcuno che continua a prendere sul serio le conseguenze delle proprie scelte, mentre intorno a lui l’entusiasmo per l’AGI rischia di diventare una fede.
Mark Rylance è Geoffrey Hinton, il mentore che rappresenta la cautela e l’attenzione alla sicurezza. Andrew Garfield interpreta Altman con una recitazione volutamente eccentrica, oscillando tra cortesia e calcolo. La scelta è audace e può dividere: in alcuni passaggi il personaggio sfiora la caricatura, ma proprio l’ambiguità contribuisce a mostrare quanto fascino e capacità di persuasione possano incidere nei rapporti di potere. Nel cast compaiono anche Ike Barinholtz nei panni di Elon Musk, Monica Barbaro come Mira Murati e Cooper Hoffman nel ruolo di Greg Brockman; Zosia Mamet, Jason Schwartzman, Chris O’Dowd, Billie Lourd e Will Price completano il quadro corale.

Sotto la superficie della cronaca tecnologica, Artificial parla di responsabilità e di presunzione. Il bersaglio della satira è la convinzione che il successo economico o la brillantezza intellettuale diano automaticamente il diritto di governare il futuro di tutti. Il contrasto fra prudenza e accelerazione non riguarda soltanto il destino di un’azienda: mette in discussione chi debba stabilire i limiti del progresso e che cosa accada quando la competizione diventa più importante della cautela.
La produzione ha avuto anche un percorso movimentato: il film era inizialmente destinato a uscire sotto il patrocinio di Amazon, ma i finanziatori originari hanno contribuito a cercargli una nuova casa. È intervenuta Neon, che ha reso possibile la prima mondiale al New York Film Festival. In quell’occasione Guadagnino ha definito l’intelligenza artificiale una storia umana oltre che tecnologica, mentre Rich ha presentato la sceneggiatura come un avvertimento, nella speranza che venga ascoltato.
A completare la serata è stata la musica di Damon Albarn, autore della colonna sonora. Dopo la proiezione, il musicista ha eseguito al pianoforte The Saddest Song, accompagnato da un vibrafono e da un coro di bambini. Un momento dal vivo che ha offerto un contrasto eloquente con il mondo raccontato sullo schermo: una composizione condivisa, suonata da persone presenti nello stesso spazio e nello stesso tempo.
Il verdetto che emerge è quello di un film attuale e pungente, capace di usare il dramma aziendale per interrogare una paura collettiva. La sua forza non sta nel fornire risposte definitive, ma nel rendere visibile il conflitto tra la promessa di progresso e il timore di perdere il controllo. Artificial invita a ridere, ma lascia poco spazio alla leggerezza: dietro la satira, resta una domanda urgente su ciò che gli esseri umani possono costruire e su ciò che potrebbero non riuscire più a fermare.




