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Migliaia di artisti del cinema uniscono la loro voce per un boicottaggio delle istituzioni israeliane: l’appello di Film Workers for Palestine

Redazione 9 Settembre 2025
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Un’iniziativa di portata eccezionale sta scuotendo il mondo del cinema e della televisione. Oltre 1.200 artisti, tra cui vincitori di Oscar, BAFTA, Emmy e Palma d’Oro, hanno sottoscritto un appello impegnandosi a boicottare qualsiasi collaborazione con istituzioni e aziende israeliane che, secondo il documento, «sono coinvolte in pratiche di genocidio e apartheid nei confronti del popolo palestinese».

Tra i firmatari figurano registi di fama internazionale come Yorgos Lanthimos, Ava DuVernay, Adam McKay, Boots Riley, Emma Seligman, Joshua Oppenheimer e Mike Leigh. Accanto a loro, una lunga lista di attori e attrici tra cui Olivia Colman, Mark Ruffalo, Riz Ahmed, Tilda Swinton, Javier Bardem, Ayo Edebiri, Gael García Bernal, Hannah Einbinder, Aimee Lou Wood, Paapa Essiedu, Melissa Barrera, Cynthia Nixon e Josh O’Connor.

Il documento, diffuso dall’organizzazione Film Workers for Palestine, denuncia che la complicità può assumere forme diverse: dal «tentativo di ripulire l’immagine di un genocidio o di giustificarlo», fino alla collaborazione con enti governativi che lo sostengono apertamente. Tra gli esempi citati figura anche il Festival del Cinema di Gerusalemme, noto per i suoi legami diretti con il governo israeliano.

Secondo l’organizzazione, «la maggior parte delle società israeliane di produzione e distribuzione cinematografica continua a beneficiare dell’attuale sistema di apartheid senza mai riconoscere pienamente i diritti fondamentali del popolo palestinese».

Gli organizzatori ricordano che questa presa di posizione trae ispirazione da un precedente storico: il movimento Filmmakers United Against Apartheid, fondato nel 1987 da Jonathan Demme, Martin Scorsese e oltre cento registi di spicco, che invitava Hollywood a non proiettare film nel Sudafrica segregazionista.

La posizione degli artisti viene rafforzata da testimonianze personali, come quella dell’attrice Hannah Einbinder, che afferma:
«Quello che sta accadendo a Gaza negli ultimi due anni è un colpo alla coscienza. Come ebrea americana, sapendo che le mie tasse finanziano direttamente l’offensiva israeliana, sento la responsabilità morale di fare tutto ciò che è in mio potere per fermare questa tragedia. Se i nostri leader restano in silenzio, tocca a noi artisti prendere posizione».

Non si tratta di un episodio isolato: lo scorso anno oltre 7.000 autori, scrittori ed editori — tra cui Sally Rooney e Viet Thanh Nguyen — avevano firmato un appello simile, sollecitando il boicottaggio di case editrici considerate complici.

Questo nuovo fronte di mobilitazione conferma che la comunità artistica internazionale continua a utilizzare la propria voce per difendere i diritti umani e per esercitare pressione attraverso il potere culturale.

Estratto dal manifesto dei cineasti

«Noi, registi, interpreti, operatori e istituzioni del settore audiovisivo, riconosciamo l’enorme potere del cinema nel modellare le coscienze. In un momento così critico, in cui molte delle nostre istituzioni governative tollerano la strage a Gaza, abbiamo il dovere morale di opporci a ogni forma di complicità.

Il Tribunale Internazionale dell’Aia ha già stabilito che esiste un serio rischio di genocidio e che l’occupazione e l’apartheid esercitati da Israele sui palestinesi sono contrari al diritto internazionale. Difendere uguaglianza, giustizia e libertà è un obbligo etico che nessuno di noi può eludere. Per questo, alziamo la voce contro le violazioni subite dal popolo palestinese.

Rispondiamo all’appello dei cineasti palestinesi, che esortano l’industria globale a rompere il silenzio, a respingere il razzismo e la disumanizzazione, e a «fare tutto il possibile» per porre fine alla complicità nella loro oppressione.

Ispirandoci all’esperienza di Filmmakers United Against Apartheid, che negli anni ’80 rifiutarono di proiettare le loro opere nel Sudafrica segregazionista, ci impegniamo a non distribuire, presentare o collaborare con istituzioni cinematografiche israeliane — comprese rassegne, festival, canali televisivi e società di produzione — coinvolte nel genocidio e nell’apartheid contro il popolo palestinese».

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