
La Grazia arriva a inaugurare il Concorso della Mostra del Cinema: è il nuovo film di Paolo Sorrentino scelto per aprire Venezia 82. Con il fidato protagonista Toni Servillo, il regista napoletano riconquista una narrativa compatta e una capacità visiva che mancava nel suo ultimo lavoro. Questo film si propone di indagare un’età della vita in cui la passione si affievolisce ma l’esistenza continua, offrendo immagini curate e sequenze pensate per rimanere nella memoria dello spettatore.
La domanda centrale è semplice e complessa insieme: cos’è la grazia? Per alcuni, come Terrence Malick in The Tree of Life, è uno stato spirituale opposto alla durezza umana; per i giuristi è un atto di clemenza. Sorrentino sembra collocare il concetto a metà strada: una condizione di leggerezza emotiva unita al potere di alleviare la sofferenza altrui. Questo duplice significato attraversa tutto il film, giocando tra sacro e profano, decisione pubblica e sentito privato.
La trama segue Mariano De Santis, giurista integerrimo che è diventato Presidente della Repubblica. Il film racconta gli ultimi sei mesi del suo mandato, quando deve confrontarsi con un dubbio che lo perseguita da quarant’anni riguardo la moglie defunta Aurora, con il rapporto complesso con una figlia giurista che è anche sua collaboratrice, e con scelte istituzionali cruciali: la firma su una legge sull’eutanasia e la decisione su due richieste di grazia.
Nella prima parte Sorrentino procede con prudenza: la regia mette in scena una scrittura formale, quasi didascalica, che costruisce i pezzi della storia con cura. Questa impostazione influisce sulla recitazione, spesso misurata fino al tono salmodiante, e rallenta il ritmo. L’intento è chiaramente espositivo: porre i personaggi sulla scacchiera e definire relazioni e contrappesi morali prima di avviare la vera escalation emotiva del racconto.
Quando il film si scioglie, però, emerge il Sorrentino più autentico: la seconda parte si apre a un registro più candido e sensibile, in cui il protagonista intraprende la ricerca di una leggerezza perduta. È qui che il ritmo guadagna respiro e la macchina da presa si lascia guidare dall’emozione, ricucendo quella rotondità narrativa che mancava nel lavoro precedente del regista. La tensione intima prende il sopravvento sulle buone ragioni e l’opera trova il suo cuore.
Il film affronta il tema della ricerca della verità quando i punti di vista sono molteplici e legittimi: la complessità morale diventa centro della riflessione e Sorrentino non si sottrae all’ambiguità. Pur evitando l’enigma insoluto, preferisce una lettura nitida che potrebbe togliere un po’ di fascino misterioso all’opera, ma restituisce invece una chiarezza di sguardo e una forza narrativa che valorizzano il racconto e la rappresentazione dei luoghi e delle persone.
La pellicola sorprende per il suo tono ibrido: è in parte una commedia fatta di momenti esilaranti e battute fulminanti, e in parte un dramma. Le interpretazioni brillano, con citazioni di spicco come la splendida Cocò interpretata da Milvia Marigliano e una performance notevole di Anna Ferzetti, probabilmente il suo ruolo migliore. Questi elementi alleggeriscono la tragicità e offrono una misura di sollievo comico che smussa gli angoli più duri della storia.
Contemporaneamente, La Grazia è un dramma senile che si abbandona alla densità delle parole e alla riflessione sulla perdita di gravità — sia in senso figurato sia letterale. Il film chiede se la grazia sia una condizione di leggerezza interiore che Mariano può conquistare, o piuttosto la possibilità di porre fine alla sofferenza di qualcun altro attraverso strumenti istituzionali come la concessione di una grazia o l’eutanasia. Questo dilemma morale attraversa la narrazione senza fornire facili risposte.
Nella sequenza finale Sorrentino decide di rispondere in modo visivo e definitivo: una inquadratura conclusiva restituisce a Mariano una nuova consapevolezza di sé, del suo corpo e del rapporto con lo spazio circostante, lasciando allo spettatore una sensazione di compiutezza. Quel quadro finale funziona come risoluzione estetica e simbolica, segnando il punto d’arrivo di un percorso interiore complesso e profondamente umano.
Dal punto di vista autoriale, il regista napoletano ritrova una rotondità narrativa che era venuta a mancare con Parthenope. Qui il suo sguardo torna a fuoco sulla rappresentazione di un’età particolare: l’età in cui la passione si spegne ma la vita continua. L’eleganza della messa in scena, la cura delle immagini e la limpidezza delle inquadrature confermano Sorrentino tra i registi italiani più capaci di trasformare idee complesse in cinema visivamente potente.
La Grazia è un film che merita attenzione: combina introspezione morale, moments comici e un’estetica misurata. È un lavoro che pone domande più che impartire verità, affidandosi alla bravura degli interpreti e alla sensibilità registica per accompagnare lo spettatore in una riflessione sul senso della leggerezza e sul ruolo del potere nel decidere della vita altrui. Per chi segue Paolo Sorrentino, Toni Servillo e il cinema italiano contemporaneo, è un appuntamento da non perdere.