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Come Timothée Chalamet ha esaurito la pazienza di tutti… e ha sabotato le proprie ambizioni

Redazione 16 Marzo 2026

 

Chi di spada ferisce, di spada perisce.

 

Dopo tre settimane segnate da delusioni consecutive, diversi settori dell’industria cinematografica — dai membri britannici dei BAFTA ai colleghi del sindacato SAG-AFTRA, fino ai veterani dell’Academy — sembravano esprimere lo stesso verdetto implicito: per Timothée Chalamet non sarebbe arrivato alcun premio.

La sconfitta contro Michael B. Jordan, annunciata domenica sera, ha rappresentato l’ultimo atto di una stagione degli Oscar sorprendente per l’attore trentenne, passata in pochi mesi dalle aspettative più alte a un epilogo amaro. All’inizio di ottobre, quando Marty Supreme fu mostrato in una proiezione riservata al New York Film Festival, Chalamet appariva il favorito per ottenere finalmente la statuetta che gli era sfuggita nelle precedenti candidature.

Le prime recensioni erano entusiastiche. Molti commentatori descrivevano la sua interpretazione come travolgente: divertente, irritante, memorabile. Secondo alcuni si trattava addirittura di una performance “da Oscar”. Quando poi arrivarono le vittorie ai Critics Choice Awards e ai Golden Globes, l’idea che il premio fosse ormai a portata di mano sembrava quasi scontata.

 

Poi, improvvisamente, tutto è cambiato. Che cosa è successo?

Chi prova a spiegare questa inversione di rotta non può ignorare un episodio molto discusso: alcune dichiarazioni dell’attore su balletto e opera, che secondo lui interesserebbero molto meno al pubblico rispetto al cinema. La frase — «a nessuno importa più di queste cose» — ha scatenato polemiche sui media. Tuttavia lo scandalo è esploso proprio l’ultimo giorno delle votazioni per gli Oscar, quindi resta difficile stabilire quanto abbia inciso davvero sul risultato finale.

In realtà, polemiche e sconfitta sembrano avere una radice comune: verso la fine della stagione dei premi il pubblico e gli addetti ai lavori sembravano semplicemente un po’ saturi della presenza di Chalamet. È un problema che spesso riguarda le giovani star quando inseguono l’Oscar.

Nonostante i riconoscimenti ottenuti, l’attore è rimasto per mesi sotto i riflettori con una promozione quasi ininterrotta. Dune: Part Two, A Complete Unknown e infine Marty Supreme: tre titoli nello stesso periodo mediatico, due dei quali accompagnati da lunghe campagne per gli Oscar. In pratica, una presenza continua che ha rischiato di trasformarsi in sovraesposizione.

C’era poi un’altra difficoltà: il personaggio di Marty non rientra nella tipologia di ruoli che solitamente conquistano la statuetta. Anzi, sarebbe stato forse il protagonista più viscido premiato dall’Academy dai tempi dell’interpretazione di Joaquin Phoenix in Joker. Nonostante ciò, la strategia promozionale ha ottenuto comunque un risultato notevole: negli Stati Uniti il film ha incassato quasi 100 milioni di dollari, diventando il maggior successo commerciale nella storia della casa di produzione A24.

Nel frattempo, però, il clima attorno asi stava deteriorando. Sono emerse polemiche legate a un vecchio film del regista Josh Safdie e critiche per la presenza nel cast di Kevin O’Leary, noto sostenitore di Donald Trump. Al contrario, il film Sinners, interpretato da Michael B. Jordan, raccoglieva sempre più consensi e un entusiasmo crescente man mano che si avvicinava la cerimonia degli Oscar.

Quando Jordan ha trionfato ai SAG Awards, è emersa così una candidatura alternativa molto più facile da sostenere.

La situazione appare ancora più ironica se si considera che molte scelte di Chalamet sembravano studiate proprio per essere preso sul serio dall’Academy. Come ha osservato il giornalista Kyle Buchanan del New York Times, tra i membri dell’Academy esiste spesso una certa diffidenza verso gli attori giovani, soprattutto se percepiti come idoli romantici. Più un interprete è popolare tra le giovani spettatrici, più rischia di essere giudicato superficiale dagli elettori più anziani.

Chalamet, che aveva conquistato il pubblico con ruoli romantici in Call Me by Your Name, Lady Bird e Little Women, ha probabilmente cercato di cambiare immagine scegliendo personaggi più duri e cercando di apparire meno “idolatrato” e più credibile anche per il pubblico maschile.

Ma questa stagione ha mostrato cosa può accadere quando il tentativo di assumere un’immagine più aggressiva e macho non produce l’effetto sperato.

Forse questa vicenda rivela anche un’altra dinamica: i votanti degli Oscar spesso preferiscono far aspettare le giovani star, premiandole solo quando raggiungono una maggiore maturità — come nel caso di Jordan, ormai oltre i trent’anni.

Una sorta di prova di pazienza.

Perché un po’ di umiltà, in fondo, non ha mai fatto male a nessuno. Anzi.

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