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Almodóvar più vulnerabile che mai parla a El País di “Amarga Navidad”, il suo film più personale fino ad oggi.

Redazione 16 Marzo 2026
Almodovar

 

In occasione dell’uscita di Amarga Navidad, Pedro Almodóvar ha concesso una lunga intervista a El País nella quale parla della sua nuova opera — probabilmente la più personale della sua carriera — ma anche di lutto, creatività, paura del vuoto e del clima politico inquietante che caratterizza il presente. Non si tratta semplicemente della promozione di un film: emerge piuttosto il ritratto di un autore che riflette sul proprio percorso artistico, sull’età e sul tempo in cui vive con una sincerità più diretta rispetto al passato.

Nel modo in cui Almodóvar si esprime oggi si percepisce qualcosa di sorprendentemente limpido, quasi privo di protezioni. Non perché abbia rinnegato il suo stile o perché sia diventato improvvisamente un regista diverso da quello che è sempre stato. Piuttosto perché sembra trovarsi in una fase in cui sente meno il bisogno di nascondersi dietro gli elementi tipici del suo cinema — i colori intensi, le figure femminili, i colpi di scena melodrammatici o il piacere della costruzione cinematografica. Tutto questo continua a esistere, ma ora lascia intravedere con maggiore chiarezza la persona che sta dietro alle immagini.

Durante l’intervista, concessa mentre Amarga Navidad si prepara a debuttare nelle sale spagnole il 20 marzo, il regista ammette senza troppi giri di parole che la sua naturale riservatezza si è incrinata. Questa frattura, dice, lo ha portato a mostrarsi nei suoi film in maniera più diretta e vulnerabile. Non suona come uno slogan pubblicitario, ma piuttosto come la descrizione di una fase nuova della sua carriera.

Il film segue proprio questa direzione. La storia si sviluppa su due livelli temporali e intreccia due narrazioni che finiscono per riflettersi l’una nell’altra. Al centro c’è Raúl Rosetti, sceneggiatore e regista in crisi creativa che decide di scrivere un racconto ispirato alla memoria, alla propria esperienza e alle vite delle persone che lo circondano. Almodóvar non nasconde che il progetto rappresenta uno dei suoi tentativi più vicini all’autofinzione dopo Pain and Glory. Come spiega lui stesso, nel film è allo stesso tempo pienamente presente e completamente trasformato in mito.

Uno dei passaggi più interessanti della conversazione riguarda proprio questo tema: il rapporto tra vita reale e narrazione artistica. Il regista non si limita a spiegare come un autore possa attingere alla propria esperienza personale, ma affronta una questione più delicata: cosa accade quando la materia della finzione proviene dalle vite degli altri. Non in senso astratto, ma concreto. Quanto è legittimo prendere episodi, traumi, segreti o parole delle persone intorno a noi e trasformarli in cinema? In quali casi la finzione diventa liberazione e quando invece rischia di tradire chi ne è stato la fonte?

Almodóvar non affronta questo dilemma con teorie complesse. Lo esprime in modo semplice: mentre si scrive, ci si sente liberi. Solo dopo ci si chiede se si è oltrepassato un limite, se si aveva davvero il diritto di raccontare certe cose o se qualcuno potrebbe sentirsi ferito. È forse questo uno dei segni della maturità del regista: non nega l’esistenza di un problema etico, ma allo stesso tempo non rinuncia alla natura inevitabilmente “predatoria” dell’arte, che da sempre si nutre della realtà.

Un altro tema centrale del film e dell’intervista è il lutto, che per Almodóvar non scompare mai davvero ma cambia forma nel tempo. La figura della madre ritorna ancora una volta, come è accaduto in molte delle sue opere — da All About My Mother a Volver, fino a Pain and Glory. Il regista ricorda nuovamente la sua morte e quel momento enigmatico in cui, poco prima di morire, lei parlò di una “tempesta” che sembrava vedere. La perdita, racconta, ha segnato un punto di svolta nel suo cinema, come se esistesse un Almodóvar prima di quel dolore e uno dopo.

La conversazione tocca poi un aspetto ancora più intimo: la paura del vuoto creativo. Almodóvar racconta di scrivere ogni giorno e confessa di non voler neppure immaginare il momento in cui potrebbe non avere più nulla da raccontare. Non lo dice come una semplice regola di disciplina professionale, ma quasi come una forma di difesa esistenziale. Il lavoro non rappresenta soltanto una passione o una vocazione: è anche un modo per opporsi all’immobilità, al silenzio, alla morte. Quando gli viene chiesto se dietro questa dedizione si nasconde il timore del vuoto, risponde semplicemente di sì.

Forse è anche per questo che il regista afferma di sentirsi sempre più “scoperto” nei suoi film recenti. Non è che abbia scoperto la sincerità solo ora: la sua opera è sempre stata autentica, anche quando si esprimeva attraverso artificio, esagerazione stilistica e forti voci femminili. Quegli elementi non erano maschere, ma strumenti per dire la verità. Oggi, però, sembra togliere progressivamente alcuni di questi strati protettivi. Il suo cinema non diventa meno ricco: semplicemente appare più diretto, più nervoso, più vulnerabile.

L’intervista offre anche uno sguardo sulla posizione di Almodóvar nel panorama cinematografico contemporaneo. Dopo l’esperienza anglofona di The Room Next Door e altri progetti realizzati in inglese, il regista afferma di sentirsi più a suo agio con un sistema produttivo più personale e artigianale. Il modello americano, dice, tende spesso a complicare eccessivamente i processi creativi. Non lo dice con rancore o con un facile atteggiamento anti-Hollywood: parla piuttosto come qualcuno che ha sperimentato quel mondo e ha deciso di tornare dove può lavorare con maggiore libertà. Quando afferma che probabilmente continuerà la sua carriera in Spagna, il tono non è difensivo ma pacificato, come se avesse ritrovato il suo ambiente naturale.

Naturalmente l’intervista non ignora il contesto politico e sociale del presente. Almodóvar descrive un clima che trova sempre più difficile sopportare quando accende la televisione: guerre, violenza, crescita dell’estrema destra e il ritorno di un linguaggio politico brutale che pensava fosse ormai scomparso dall’Europa. Questo scenario si riflette anche nell’atmosfera del nuovo film. Amarga Navidad viene presentato come un’opera cupa, nata in un periodo oscuro, ma senza cedere al pessimismo assoluto. Il regista preferisce mantenere una forma di ostinato ottimismo, citando la scrittrice Almudena Grandes, secondo cui l’ottimismo può essere una forma di resistenza.

Alla fine, il ritratto che emerge è quello di un autore complesso. Almodóvar non appare né come il venerabile maestro del cinema mondiale né come l’eterno provocatore. Piuttosto come un artista che conserva energia, ironia e passione per il cinema, ma che oggi lascia intravedere con maggiore chiarezza ciò che si nasconde sotto: il lutto, le ossessioni, i sensi di colpa, il peso dell’età e il bisogno profondo di continuare a raccontare storie.

Se un tempo il suo cinema cantava con forza, oggi — come suggerisce lui stesso citando Chavela Vargas — sembra più incline a “dire” che a “cantare”. E proprio per questo, forse, la sua voce risuona con ancora maggiore intensità. Non perché sia diventato meno Almodóvar, ma perché ha raggiunto un punto in cui può essere allo stesso tempo il proprio mito e la propria fragilità.

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