
“Bugonia è un’avventura, un’esperienza ludica e molto più complessa di quanto sembri.”
Le nostre impressioni dalla première mondiale al 82° Festival di Venezia.
Bugonia – parola dall’apparenza greca, composta da “vou” (bue) e “goní” (genesi) – è in realtà la trascrizione di un termine latino, proveniente da un epillio di Virgilio. Allude a un’antica credenza: dal cadavere di un toro o di un bue, le api possono rigenerarsi spontaneamente, come un piccolo big bang che nasce dalla decomposizione, una resurrezione poetica più che scientifica.
È questo il nucleo concettuale che Lanthimos rielabora nell’incipit del film: la scena iniziale racchiude la sua filosofia più intima, quella sacralità della casualità che attraversa tutta la sua filmografia, condivisa qui con lo sceneggiatore Will Tracy, e che trasforma la rovina in scintilla creativa, la morte in possibilità di rinascita.
l nuovo film è una libera reinterpretazione di Save the Green Planet! (2003) di Jang Joon-hwan. Protagonista è Teddy (un Jesse Plemons mai così intenso), un complottista che fa il mestiere di apicoltore. Con l’aiuto del cugino Don, lento ma devoto, orchestra un piano improbabile: rapire Michelle (Emma Stone), glaciale e autoritaria CEO di una gigantesca casa farmaceutica, convinto che sia un rettiliano di alto rango al servizio di alieni provenienti da Andromeda.
Il colpo, assurdo ma sorprendentemente efficace, riesce. Michelle diventa ostaggio nella fatiscente casa dei due improvvisati criminali, trasformata in campo di battaglia psicologica. Ma Teddy non è un pazzo qualsiasi: ex dipendente della stessa azienda, figlio di una donna (Alicia Silverstone) vittima di una fallimentare terapia sperimentale, intreccia la sua ossessione complottista con un dolore personale autentico. Questa ambiguità diventa il motore drammatico del film.
Chi conosce l’originale ritroverà le ossature narrative, ma Lanthimos si interessa soprattutto a una tensione sottile tra commedia e inquietudine. Al centro, un duello di nervi: da un lato Michelle, incarnazione di un’efficienza occidentale glaciale e disumanizzante; dall’altro Teddy, outsider rurale, apparentemente sprovveduto ma sorprendentemente colto nella sua follia, ostinato e irriducibile.
I loro scontri sono nodi di puro paradosso, esplosioni di un umorismo nero che sconfinano nell’horror sci-fi. La narrazione rimane lineare, ma la tensione cresce dall’interno, perché lo spettatore non sa mai dove collocare la verità. Teddy è davvero un visionario che ha intravisto un frammento di realtà nel suo delirio, o un uomo alla deriva, prigioniero di una paranoia autogenerata? Michelle è vittima, manipolatrice, o davvero una creatura aliena sotto mentite spoglie?
Lanthimos costruisce qui un cinema della percezione instabile, dove i dialoghi – un amalgama di disperazione, assurdità e scelte estreme – mettono in crisi la nostra idea stessa di verità.
Sotto la superficie fantascientifica, Bugonia è un discorso sulla responsabilità individuale in un mondo che ha smarrito ogni coerenza collettiva. Le api, simbolo di organizzazione e sacrificio, diventano il contrappunto poetico a un’umanità caotica, egoista, incapace di cooperazione.
Interessante notare la polemica legata alla location: inizialmente, Lanthimos avrebbe voluto girare una scena cruciale sull’Acropoli, ma il permesso è stato negato. La decisione ha sollevato accuse di censura preventiva, temendo che la pellicola potesse “profanare” un luogo sacro con contenuti percepiti come “eccessivamente violenti”. Il regista ha però trasformato questo ostacolo in opportunità, trovando un’alternativa più ironica e perfettamente coerente con il tono ambivalente dell’opera.
La sequenza conclusiva, guidata da un istinto estetico più che narrativo, si intreccia con “Where Have All the Flowers Gone” di Marlene Dietrich e conduce a un epilogo cicladico, straniante e luminoso. È un finale che oscilla tra leggerezza e tragedia, omaggiando esplicitamente “Dottor Stranamore” (1964) di Kubrick, con un’eco più sottile che richiama anche “Arancia Meccanica”.
Lanthimos costruisce così un ponte tra passato e futuro, confermando il suo cinema come uno spazio dove il citazionismo non è sterile esercizio, ma strumento di riscrittura del linguaggio.
Se già La favorita e Povere creature! avevano evidenziato la simbiosi tra Lanthimos ed Emma Stone, Bugonia la consacra. Qui Stone non è soltanto interprete, né solo musa: è co-autrice emotiva, corpo e voce di un cinema che gioca costantemente con il limite tra umano e disumano.
Plemons, dal canto suo, regala forse la performance più complessa della sua carriera: il suo Teddy è fragile e minaccioso, tenero e inquietante, un personaggio che esiste in equilibrio precario tra realtà e allucinazione.
Con Bugonia, Yorgos Lanthimos compie un ulteriore passo nella costruzione del suo universo personale: un cinema in cui la fragilità dell’uomo contemporaneo si misura contro pulsioni arcaiche, complotti cosmici e responsabilità ineludibili. Un’opera che diverte, disorienta e inquieta, senza mai rinunciare alla complessità.
Emma Stone diventa qui talento catalizzatore, Plemons si impone come volto della vulnerabilità paranoica, e Lanthimos – più che mai – dimostra di essere uno degli autori capaci di trasformare il paradosso in linguaggio.